Dieci anni fa, come tanti ho aperto un blog.
Sembrava che tutti ne dovessero avere uno, che tutto quel mondo emotivo da diario segreto fosse interessantissimo, almeno per quei mai identificati e illimitati lettori promessi dalla rete.
Dieci anni fa, come tanti leggevo i blog di chi mi stava intorno. Officine di umanità dove incontrare anime trasparenti e guru involontari, diari di viaggio e artigiani di trame amorose, poesie e racconti brevi. Ho creduto a storie inventate, mi sono appassionato alle vicende più improbabili e ho provato rabbia per la chiusura delle pagine che seguivo, per l'improvvisa e inaspettata scomparsa di quei portatori di conforto o ispirazione, di quegli pseudonimi senza volto i cui messaggi riempivano le bacheche della mia personale città delle ombre.
Dieci anni fa, come tanti aspettavo con un misto di paura e eccitazione la comparsa di un commento.
La speranza di essere letto, l'entusiasmo davanti alla scoperta di avere un pubblico, la voglia di condividere un'intuizione, una frase.
Queste sono state le prime cose a sparire. In questi dieci anni è cambiato tutto. Sono esplosi i profili pubblici e forse tutto quel bisogno di condividere è venuto meno per contrasto. Un'illusione di resistenza. La mia rivolta contro la banalità, contro l'odio che si trova ovunque nella società. O forse anche, ma non esclusivamente, di questo sono certo, solo la necessità di sopravvivere. Non sono mai stato una persona da giusto mezzo. Sempre in bilico, mi ero convinto che fosse meglio non distinguersi troppo, tenere un basso profilo e segmentare la realtà in piccole scatole cinesi più semplici da gestire. Il più delle volte mi trovo con visioni opposte a quelle altrui, e ho imparato presto quanta inimicizia comporti inevitabilmente una prospettiva troppo diversa accompagnata dalla consapevolezza che su certe questioni non si possa cedere di un millimetro, spesso a caro prezzo.
Per un periodo ho smesso scrivere, per qualche tempo mi sono "lagnato tacendo": niente post, niente lettura di altri blog, nessun aggiornamento ai profili, niente chat, niente sms, niente. Solo RCU, Reali Contatti Umani. Pochi, per la verità, che per sentire opinioni non richieste e prendere insulti gratis basta scendere in strada ed entrare nella prima osteria di paese, mica serve la rete. Lavoro, malattia ed equitalia hanno fatto il resto. Attraversando città dov'ero stato, un tempo, felice mi dicevo: "Non guardare e passa". Sbirciando distrattamente le foto sui profili di amici con cui ero stato, un tempo, felice mi dicevo: "Non guardare e passa". Niente più tempo per i miei personaggi - passa - niente più tempo per le nuvole - passa - niente più spazio per l'inguaribile romantico innamorato delle ballerine. L'abitudine a sopravvivere è maturata a tal punto che quel post ha rappresentato la data esatta in cui ho abiurato senza saperlo a una parte della mia anima. Tre anni di silenzio. Poi la nostalgia, la necessità di avere un "luogo" dove lasciare delle boe per ritrovare la rotta, mi hanno fatto tornare a scrivere, saltuariamente. Senza quell'entusiasmo e quella magia dell'inizio, però. Senza quello stupore ingenuo, senza cura.
In questi anni senza cura, i soli momenti in cui hanno prevalso le ragioni della fantasia sui cazzotti dell'esperienza, e quel piccolo pezzo di anima abiurata ha trovato di nuovo la maniera per far uscire pochi abbozzi con le storie dei miei personaggi interiori, sono stati il prodotto di un tuo commento. Della fragile forza che deriva dallo sapere di essere letto, dall'aver raggiunto qualcuno. E niente, in questi giorni a causa di un hard disk bruciato mi sono costretto a fare mille back-up d'emergenza e mentre aspettavo che i file si copiassero, ho aperto il blog, e tra una foto archiviata e i business plan per un mondo migliore, ho cercato di nuovo i tuoi commenti.
Ti chiedo scusa. Non ho mai risposto.
Ma come facevo a spiegarti che nei giorni più neri quei commenti sono stati tra le poche luci a cui mi sono aggrappato per non esplodere? Che mi hanno permesso di trovare il coraggio quando non c'era, che mi hanno spinto a concludere progetti che pensavo impossibili, a fare telefonate che rimandavo da anni. Come facevo, senza sembrare matto e disperato? Meglio tacere sapendo che il mondo non ha bisogno di me né tu delle mie parole. Poi ho capito.
Dieci anni dopo questo blog esiste ancora e io scrivo un lungo post per ringraziarti.
Non credo che avrò mai l'occasione di scrivere quel libro, ma ci saranno altre occasioni, altre forme, altre opportunità per lasciare un segno, magari piccolo e insignificante, ma che di sicuro ti dovrà ispirazione e gratitudine.
All the best,
e grazie.
A volte le risposte alle domande giungono da terre lontane, paesi sconosciuti, impensabili praterie.
RispondiEliminaArrivano d'un tratto senza nessun preavviso, con parvenze e abiti bizzarri, attraverso pellegrinaggi impropri, come indefiniti oracoli improvvisati e franchi.
Spesso mascherandosi sotto falsa risposta ad altra domanda o a volte perfino sotto finta spoglia di ulteriore domanda. Rispondendo a quesiti illogici e lontani dal presente. Con parole strane, volti nuovi, suoni discordanti.
Ti spiazzano, quando meno te lo aspetti.
Si scontrano con il qui e l'adesso, con il dove e il quando, con il perché e il può darsi. Ti trovano disarmato, senza corazza, fragile. Ti colpiscono il petto, lo stomaco, i visceri. Li costringono ben bene a riversare in circolo parole mai dette, forse solo sussurate allo specchio in qualche dimenticata notte di luna piena. E così la risposta arriva, quando la domanda magari era già sbiadita, ammuffita in quel piccolo millimetro quadrato dove il tempo l'aveva relegata.
Grazie a te.