lunedì, ottobre 23, 2017

Night Train Blues #4 - Mezzosangue

Per anni ho viaggiato di notte. Inseguendo un sogno in giro per l'Italia ho incontrato me stesso negli EuroNight, negli Intercitynotte, negli affollati scompartimenti da sei cuccette; e in tutta l'intimità forzata dovuta agli spazi ridotti, il mio microcosmo di umanità.
In quelle notti di sonno intermittente avevo sempre con me un piccolo quaderno dove poter raccogliere i pensieri. Spesso ancora mezzo addormentato, a malapena cosciente, riempivo le pagine di canti naufraghi, amanes deliranti, e poesie incompiute la cui  "forma" era, nella migliore tradizione della prosa spontanea, lo spazio offerto dalla pagina. I miei night train blues...


IV

Occhi infuocati carichi di memoria, segnati dal lavoro delle mani e anneriti dalla polvere di un viaggio che non è scelta ma necessità continua, esperienza bicorde lasciata ogni volta su un nuovo treno, con cuore a bagaglio e disprezzo e paura come compagni di avventura. Croci multicolori e scarpe di marca, pantaloni strappati e denti ingialliti dal fumo…

Strane storie, difficile immaginare che dietro si nascondano per tutti le stesse madri, le stesse città e le stesse piazze, non importa. Di quegli occhi, nelle poche parole scambiate, nel nero cielo che sovrasta queste eclissi grigie lasciate andare alla deriva, a nessuno importa in realtà. Il tempo passa per ognuno degli sguardi tristi che incroci viaggiando di notte. Un’assenza che non ha volto né nome, è solo condizione immanente, leit-motiv di un destino beffardo. Grazia e talento a mani che stringono terra bruciata dal sole e quotidianamente si contorcono dietro a una fresa o su un lenzuolo bianco disteso sulla polvere di portici e mercati di città.

Figli di comunità in conserva nati con la paura di perdere la propria identità in una terra inospitale che preferirebbe cancellarli e ignorare banalmente l'esistenza dell’inferno da cui si fugge. Sono quelli che non ci sono più. Inutilmente sono nella sera quella perduta gente, oggetti di scandalo per ricchi laidi spaventati dalle ombre dei loro bianconigli sfuggenti, e bersaglio preferito per la caccia alle streghe di vecchie signore annoiate. Tutti i nostri ieri.

La vita assume un senso nuovo, quando realizzi che per quanto il viaggio possa continuare e le stazioni moltiplicarsi insieme alle stagioni, senza quella incredibile contingenza iniziale che ti ha permesso di essere quello che sei, oggi probabilmente staresti implorando un aumento per la tua famiglia davanti al caporale che ti è toccato in sorte, o rischieresti tutto in una guerra di cui ignori il senso e le motivazioni, sperando alla fine che un sogno ti rapisca. Ma adesso sai. Gli orizzonti vanno dipinti, anche se le radici affondano dentro al dolore. Nessun colore ci è dovuto.

lunedì, ottobre 16, 2017

Night Train blues #3 - Eroi

Per anni ho viaggiato di notte. Inseguendo un sogno in giro per l'Italia ho incontrato me stesso negli EuroNight, negli Intercitynotte, negli affollati scompartimenti da sei cuccette; e in tutta l'intimità forzata dovuta agli spazi ridotti, il mio microcosmo di umanità.
In quelle notti di sonno intermittente avevo sempre con me un piccolo quaderno dove poter raccogliere i pensieri. Spesso ancora mezzo addormentato, a malapena cosciente, riempivo le pagine di canti naufraghi, amanes deliranti, e poesie incompiute la cui  "forma" era, nella migliore tradizione della prosa spontanea, lo spazio offerto dalla pagina. I miei night train blues...


III

Un giorno, solo. Per esser liberi, o sentirsi tali; le prime fughe da casa, le notti passate nelle grandi, immense, stazioni di città sconosciute. Il tentativo di vivere appieno un’esistenza che ad ogni nuova alba appare come un dono troppo raro per essere sprecato nel paese natio, chiuso in un locale tra un bicchiere di vino e una scommessa mai giocata, o perso a camminare per strette strade di ciottolato sorretto da un’inutile stampella. 

Convinto sia meglio splendere in fretta che consumarsi lentamente, vedersi di colpo riflesso nel finestrino del treno dieci anni più tardi: calzetti bordeaux in filo di scozia, vestito grigio d’ordinanza e tutta la ribellione giovanile racchiusa insieme alla rabbia dentro il cappio di una cravatta giallo canarino, gli occhi nel giornale, e un’assurda espressione rassegnata da pendolare appagato che crede di aver trovato il senso dell’esistenza in un deca-macchiato dopo i pranzi di lavoro...

Un solo giorno, per iniziare un altro capitolo della propria storia, fatta di sogni e speranze ingenue che hanno la forma affusolata di un tubo d’argento e l’accento marcato di giovane ragazza della Carnia. Incastonate nel pendaglio che porti al collo, continuano a ricordarti della donna, perché è sempre per una donna che si parte o si muore, che ti ha spinto senza mai saperlo a salire sul treno.

Solo per un giorno sentirsi finalmente integri e padroni della propria storia dissonante, quella tensione che non risolve, un contrappunto dove l’anima e la carne si uniscono nell’infinita distesa di lacrime dove si vedono le viscere della vita in trasparenza. Poi, che venga o meno il tramonto, credere all’illusione che niente possa portarti via, al ritorno del sole di cartone che ti ha messo al mondo. Credere ai tre ragazzi immaginari, alle stelle dentro i testi delle canzoni, credere alla vibrazione di fondo, credere.

lunedì, ottobre 09, 2017

Night Train Blues #2 - Amici

Per anni ho viaggiato di notte. Inseguendo un sogno in giro per l'Italia ho incontrato me stesso negli EuroNight, negli Intercitynotte, negli affollati scompartimenti da sei cuccette; e in tutta l'intimità forzata dovuta agli spazi ridotti, il mio microcosmo di umanità.
In quelle notti di sonno intermittente avevo sempre con me un piccolo quaderno dove poter raccogliere i pensieri. Spesso ancora mezzo addormentato, a malapena cosciente, riempivo le pagine di canti naufraghi, amanes deliranti, e poesie incompiute la cui  "forma" era, nella migliore tradizione della prosa spontanea, lo spazio offerto dalla pagina. I miei night train blues...


II

Non i mille buffoni da applauso condizionato che riempiono i palcoscenici della tua invidia, neanche i cari scogli su cui naufragare per le vele gonfiate dall’alcol, o i mari sicuri dove vorresti poter ritornare, ma solo quella sensazione di assenza e d'impotenza verso quelle anime trasparenti, non importa quanto lontane, che prima animavano la tue giornate e nient’altro.

Non la malinconia del saggio o la serenità del mistico, niente istantanee né inutili fotoromanzi cerebrali popolati da carrozzoni ambulanti, ma solo sedie vuote da dove nessuno può vederti scrivere nel buio della notte e nient’altro.

Non l’avventura di una visione differente, lo scopo di una vita, non il coraggio di accogliere l’altro, solo gli anniversari, un lungo assolo di chitarra distorta e nient’altro.

Non gli annunci al telegiornale, gli esami e le audizioni, non i risultati e le sirene della polizia ma solo quel piccolo laccio nero intorno al polso e nient’altro.

Sapere di non poter pretendere più nulla, di non potersi disperare, sapere tutto e non dire niente, perché non hai più nessuno che ti possa ascoltare, solo le lacrime a colmare quella voragine aperta dagli anni che passano portandosi via ciò che resta dei ricordi: rubare buoi e grosse pecore, riempirsi di monili e strumenti preziosi comprati col dolore della memoria di amori, odi e passioni che ora non sono più, cercare di dimenticare, ogni volta che ci passi davanti, che di ogni persona che hai amato, non resta che una lapide bianca e nient’altro.

lunedì, ottobre 02, 2017

Night Train Blues #1 - I sepolcri

Per anni ho viaggiato di notte. Inseguendo un sogno in giro per l'Italia ho incontrato me stesso negli EuroNight, negli Intercitynotte, negli affollati scompartimenti da sei cuccette; e in tutta l'intimità forzata dovuta agli spazi ridotti, il mio microcosmo di umanità.
In quelle notti di sonno intermittente avevo sempre con me un piccolo quaderno dove poter raccogliere i pensieri. Spesso ancora mezzo addormentato, a malapena cosciente, riempivo le pagine di canti naufraghi, amanes deliranti, e poesie incompiute la cui  "forma" era, nella migliore tradizione della prosa spontanea, lo spazio offerto dalla pagina. I miei night train blues...


I

La vita assume un senso nuovo quando tutte le volte che esci dalla porta di casa, o che vi fai ritorno, ti ritrovi ad attraversare il giardino della memoria e, tra una bolletta non pagata e la lista della spesa, ti soffermi davanti ai troppi amici persi, ai tuoi eroi svaniti, o anche solo davanti all’ultima lapide di mezzosangue senza nome che incroci lungo il sentiero.

La vita assume un senso nuovo quando sull’ennesimo treno dell’ultimo viaggio, alzando gli occhi coperti di lacrime per aver preso a cuore ogni morte di cui sei venuto a conoscenza dalle pagine patinate di una rivista, ti ritrovi in mezzo ad un vagone che dorme immerso nei propri dubbi di impiegato pendolare mentre una trans, nel corridoio, passa ore al telefono parlando di business-class, ottimismo e cocaina.

Eppure quel senso, ora che scruti i campi scorrere riflessi nel vetro, e che la trans di prima ha richiamato la tua attenzione rimarcando che: “il comunismo, ciccia, non è mica un’utopia”, sembra sciogliersi, nascondendosi negli strati più reconditi della tua scura anima, per accompagnarti nel cammino verso la consapevolezza di sé come una piccola conquista dell’inconscio sottoforma di motivetto ternario.

Spesso la vita assume un senso nuovo, e anche se non riesci a spiegartene il motivo, dubitando forse stupidamente che la verità possa rivelarsi nello scompartimento numero otto dell’Intercity notte diretto a Genova, tutto a un tratto, ti senti sollevato.

lunedì, settembre 25, 2017

Ritratti #1 - Elisa e Max

Sono di nuovo nello stesso bar. Sono passati anni, ho cambiato pelle, strada, ho tradito tutto ciò che ero, mi sono reinventato un mestiere e ho perso tutta la poesia che avevo quando, da ragazzo, sognavo e mi immaginavo il futuro, ma mi ritrovo ancora là. Dietro il bancone non c’è più Max a dispensare vino e consigli di vita come solo i baristi sanno fare – Dio come ne avrei bisogno ora – ed Elisa, la cameriera per la quale ero entrato la prima volta quel pomeriggio in cui non avevo niente da fare, da tempo ha lasciato la città.

Ricordo capelli corvini raccolti da una molletta, una tinta da quattro soldi colorava ricci ribelli che incorniciavano occhi timidi di ragazza al primo giorno di lavoro, troppo attenta a non commettere errori per accorgersi dei miei sguardi di giovane musicista innamorato. Max era il barista perfetto, raro esempio di quella estinta razza di uomini dediti agli altri nel proprio lavoro, tuttologi benevoli circondati da un'aura da imperatori degli ignoranti come il miglior Celentano cinematografico; cercava di insegnare il mestiere a quelle piccole mani esibendo un atteggiamento serio e distaccato, ma anche lui, nonostante gli anni di esperienza di apprendiste e di belle donne, non riusciva a rimanere insensibile di fronte al fascino di quei grandi occhi turchesi come il mare del Quarnaro. Ricordo bene che nella loro assente malinconia mi fecero sentire di colpo piccolo e meschino, per aver anche solo pensato di poter sbirciare impunemente dentro un vuoto di cui intravedevo a malapena il limite, per aver osato fantasticare sui tatuaggi che immaginavo continuare sotto i vestiti e ricoprire il corpo di un angelo dirottato temporaneamente in un buffet di provincia. Non sarei mai stato in grado di parlarle come avrei voluto, mai sarei stato capace di scacciare i suoi incubi, o di portare un nuovo colore nella sua vita, nei giorni, nei mesi, in cui, sistematicamente entrai da Max col solo scopo di corteggiarla. Poi, in un anonimo giorno di settembre, senza preparazione, Elisa sparì come un alito di vento, lasciando dietro di sé una nuvola di acheni di tarassaco. 

Da Elisa imparai che non c’è niente o nessuno che possa riempire certi vuoti, e che non c’è tortura più crudele di una vita consumata a metà. Candele accese lungo il percorso che porta all’entrata di un ricevimento di nozze. Dopo una scarica di pioggia, gli ospiti se ne vanno mentre loro restano lì da sole, spente. Eppure avrebbero ancora cera per illuminare la notte. Ecco, mi piace pensare che Elisa avesse i miei stessi propositi quando decise di andarsene per la sua strada, lasciando la nostra piccola città per tentare fortuna altrove, lontana da tutto ciò che l’aveva vista crescere, dalle persone e dai luoghi che aveva amato, da quelle stesse strade che anche a me parevano catene e prigioni insopportabili. Inaspettatamente, quel vento ebbe la forza di sollevare le mie ali bagnate e di farmi riprendere il volo. 

Nero il caffè
Sul marmo gelido
Briciole di brioches

martedì, settembre 05, 2017

No hello and no goodbye



Ieri ha vinto la città delle ombre.

Hanno vinto la paura e la malinconia, l'angoscia e la frustrazione del perdere senza averci provato. Il vento freddo e gli orologi fermi.

Ci incrociamo, inseguendoci senza saperlo per anni, nel buio, e quando finalmente pensiamo di stringere due mani fra le nostre, le ombre si riprendono tutto. 

Mi rifugio nella solitudine per non avere nessuno a carico e poter render conto solo a me stesso. Abbandonare per qualche giorno la vita frenetica che si svolge fuori con il pretesto di ricostruirmi, e poi, giorno dopo giorno, rinviare il momento del ritorno. Farmi stregare subdolamente dal fascino di quella vita lenta, molle, languida che offre una malattia quando si hanno anche i mezzi. E restare così poi per anni senza più trovare un motivo per uscire. 

Sono tentato. Tutto in me procede per interruttori; la continuità mi fa difetto, negli atti come nel pensiero. Dopo tutti gli sforzi, la felicità ritrovata negli ultimi mesi, è bastato cedere per un attimo ai soliti schemi mentali per permettere alle ombre di rientrare e farmi smettere di far danzare la vita. Con le ombre sono tornate le lacrime. Muovere le acque è positivo, ma se quello che vi è in fondo al cuore, il sedimento di un anima, è l'amarezza, forse non bisognerebbe smuoverle troppo. Lasciare entrare l'autunno senza attendersi una risposta.


martedì, agosto 15, 2017

Never mine

Seduto per ore alla finestra, da qualche giorno ho iniziato a sentire il mio nome scandito da una voce. Prima una sola, poi molte. Brandelli di frasi, parole senza senso sovrapposte 

- ... i girasoli e le baie incontaminate, poesie e cannoli, danze senza fine, le sonate di Bach e i cori dell'est Europa, i fiori pazzi che sconfiggono la malinconia e tutte le giornate di sole trascorse sul battello che non riesce a raggiungere il mare... - 

Brevi mal di testa intermittenti accompagnano lunghe ore di solitudine. Negli ultimi mesi altri amici sono scomparsi all'improvviso, ancora vite spezzate, grandi e piccoli cambiamenti tutto intorno, implicazioni enormi e scelte di vita azzardate, ma tutto quel che ho fatto è stato pensare a lei.

Arrivarono davanti alla porta di casa. - "Adesso io mi fermo un po' qua" - disse, sedendosi sulla soglia. Lo guardò, poi appoggiò la testa sul suo petto e lo abbracciò a lungo. Sirio le accarezzò i capelli.  Non aveva risposto alla domanda più importante, non ancora, pensava. - Tenne il suo corpo premuto contro il suo, quel corpo meraviglioso che non aveva posseduto ma che ricercava, sognava, desiderava ardentemente ogni momento della giornata. Non si baciarono nemmeno una volta, ma mentre lei si scopriva con lui, spogliandosi delle proprie paure e insicurezze, si amarono le loro mani, i loro occhi, la punta delle sue dita intrecciò nastri delicati intorno ai suoi polsi.  - Ma in realtà non ottenne mai una risposta, nessuna spiegazione, solo altre domande, e forse un buon numero di riscontri. Cosa voleva lei? Non lo sapeva. Al primo incontro gli aveva regalato una certezza. La sensazione di essere capito, di essere stato visto appieno e riconosciuto. La promessa di non essere solo, mai più. Ingenuamente pensava fosse stato reciproco. Si immaginava spesso una vita insieme, un futuro. Voleva farsi carico di quell'anima affine, riempire o almeno provare a riempire un vuoto che aveva immediatamente percepito nella sua vita, e rimanere sdraiato accanto a lei per l'eternità, ad ascoltarla mentre gli parlava di tutto, a lui e a lui solo. Perché solo lei l'aveva capito. Questa pretesa durò la durata esatta di una telefonata notturna, e forse di una sigaretta. Altre volte invece voleva solo mandarla al diavolo, che sparisse, lasciandolo in pace a celebrare il dolore di un rifiuto. Più tempo passavano assieme più l'incertezza diventava insopportabile. - 
Sirio si sente un maledetto idiota, sorretto solo dalla forza di una visione poetica così perfetta, così attesa, da non poter essere reale. Un film di Woody Allen. Cammina per strada da solo, cercando di richiamare alla mente i dettagli del suo volto, sforzandosi di cogliere una qualche sfumatura non considerata, un segnale mancato, un errore e fabbricare presagi.

 Come finirà questa volta?

venerdì, giugno 16, 2017

A simple post

Questo è un piccolo post
per dirvi addio, o arrivederci
non sono mai sicuro

Ieri ho detto a Kay
sentiamoci presto
con forse mai più come sottotesto

A Marylou tenerezza
un bacio rubato e forse
il rimpianto di non averci creduto

Per Cloe neanche una rima,
indifferente musa
meravigliosa avventura

Sirio è sotto la doccia, l'acqua che lo monda dalle scorie dell'ultima notte insonne è così immobile sulla sua pelle da fargli sembrare i minuti ore interminabili. Un'oasi di tranquillità, un rito purificatore che vorrebbe non finisse più...

Tutto ciò che sono
è il risultato di un vostro sorriso,
di un gesto, di uno sguardo

delle vostre assenze, dei vostri silenzi
di quelle parole capaci
di cambiarmi la vita
ogni volta

Tutte le mie canzoni
parlano di voi
le mie cicatrici, le scarpe bucate,
le ore di sonno lasciate all'aurora
parlano di voi
le lunghe attese e le insicurezze,
i bicchieri di vino e le corse disperate
parlano di voi
la polvere e la salsedine,
il basilico e l'aglio evasi dai fiori
parlano di voi
le rughe sulla fronte
i capelli bianchi
e 500 giorni di felicità
non importa se perduti

la vita
è un fondo illimitato
non può essere esaurito
ma solo dimenticato

come "noi"



lunedì, marzo 13, 2017

Will You Please Be Quiet, Please?


Il sole scompare lentamente dietro le montagne e piccoli pescherecci solcano il mare lenti. Dall'interno del treno sembra tutto un fondale dipinto, non autentico. Sembra di attraversare un mondo che non ci appartiene, distante. Luca parla a telefono con Diana e la interroga sul loro amore.

- Ci credi o no? Basta che mi dici questo. [...] No, no, non ti preoccupare, io domani alle 10 sono fuori dalla stazione. Tu ci puoi essere o meno, io ci sarò. 

Il paesaggio cambia, la luce cala. Stazione dopo stazione, Luca insiste, elenca e almanacca ragioni e speranze, sicuro e fiero di quello che prova. Spesso ride, istericamente.

- Tu non le pensi quelle cose. Assolutamente. [...] Sei una bugiarda. [...] Sei contenta che domani ci vediamo?

Il treno si ferma per lasciare spazio a una freccia. La ragazza dai capelli rossi alza lo sguardo dal telefono e guarda fuori dal finestrino, spaesata. 
Oggi ho lavorato male, affaticato sotto il peso di tante situazioni irrisolte.  Il silenzio irrompe nella carrozza, quel silenzio difficile da tollerare, soprattutto tra persone sedute di fianco, che richiama immediatamente alla mente i vuoti che ci trasciniamo dentro. Fuori è gia buio.
Insomma, a sentire Luca mi chiedo, quand'è che la nostra vita inizia a non essere più la nostra. Perché, tutti o quasi tutti, da un certo momento in avanti abbiamo una vita che non è quella che credevamo, un tempo, di volere? Quando smettiamo di credere ai nostri sogni e lasciamo cadere le nostre speranze? E perché smettiamo di provare a vivere?

Canzone irrisolta
Beautiful that way - Noa, dalla colonna sonora di La Vita è Bella

sabato, marzo 11, 2017

L'alba

Sirio si avviò a piedi lungo via del monastero un po' prima dell'alba. Si sentiva insicuro ma allo stesso tempo intenerito, come se fosse nelle mani di un mirabile destino. Si trovò davanti al belvedere sul fiume, impassibile e vagamente ingrossato dalle ultime piogge. Scese gli angusti gradini di pietra fino alla riva. C'era un vecchio tronco arenato sui ciottoli, con una grande cavità scavata dall'acqua e dal tempo, dove le anatre andavano a nascondersi nei giorni di pioggia. Come se avesse lo stesso istinto selvatico degli uccelli di distinguere ogni minimo rumore, gli sembrò di riconoscere un rintocco di campana dentro lo stomaco.
Era già chiaro, la luce pura ed evanescente prima che nasca il giorno, il sole velato dietro le colline. Nell'acqua, trascinate dalla corrente, sole o a gruppetti, nuotavano le anatre e un magnifico cigno. Non avevano l'aria di poter essere turbate dalla presenza di Sirio. 
Pensò a tutto l'amore che aveva riempito i suoi giorni e al fatto che si era innamorato profondamente e, sempre senza saperlo, non si era reso conto di come fosse diventata banale e vuota la sua vita da quando si era abituato a sopravvivere. Semplicemente se ne era dimenticato. Dopo l'ultimo, inaspettato, incontro sapeva soltanto che in compagnia di Tabita era felice, più felice di quanto fosse mai stato. Di quella ragazza affettuosa, con i suoi grandi occhi indulgenti, il suo profumo e la risata contagiosa, perfettamente sintonizzata su di lui. 
Con pochi battiti d'ala rapidamente le anatre si alzarono in volo.
Non capiva cosa gli fosse preso, e scoppiò in lacrime.

giovedì, febbraio 09, 2017

I dieci anni del blog e un lungo post per cocò84


Dieci anni fa, come tanti ho aperto un blog.
Sembrava che tutti ne dovessero avere uno, che tutto quel mondo emotivo da diario segreto fosse interessantissimo, almeno per quei mai identificati e illimitati lettori promessi dalla rete.
Dieci anni fa, come tanti leggevo i blog di chi mi stava intorno. Officine di umanità dove incontrare anime trasparenti e guru involontari, diari di viaggio e artigiani di trame amorose, poesie e racconti brevi. Ho creduto a storie inventate, mi sono appassionato alle vicende più improbabili e ho provato rabbia per la chiusura delle pagine che seguivo, per l'improvvisa e inaspettata scomparsa di quei portatori di conforto o ispirazione, di quegli pseudonimi senza volto i cui messaggi riempivano le bacheche della mia personale città delle ombre.
Dieci anni fa, come tanti aspettavo con un misto di paura e eccitazione la comparsa di un commento.
La speranza di essere letto, l'entusiasmo davanti alla scoperta di avere un pubblico, la voglia di condividere un'intuizione, una frase. 

Queste sono state le prime cose a sparire. In questi dieci anni è cambiato tutto. Sono esplosi i profili pubblici e forse tutto quel bisogno di condividere è venuto meno per contrasto. Un'illusione di resistenza. La mia rivolta contro la banalità, contro l'odio che si trova ovunque nella società. O forse anche, ma non esclusivamente, di questo sono certo, solo la necessità di sopravvivere. Non sono mai stato una persona da giusto mezzo. Sempre in bilico, mi ero convinto che fosse meglio non distinguersi troppo, tenere un basso profilo e segmentare la realtà in piccole scatole cinesi più semplici da gestire. Il più delle volte mi trovo con visioni opposte a quelle altrui, e ho imparato presto quanta inimicizia comporti inevitabilmente una prospettiva troppo diversa accompagnata dalla consapevolezza che su certe questioni non si possa cedere di un millimetro, spesso a caro prezzo.

Per un periodo ho smesso scrivere, per qualche tempo mi sono "lagnato tacendo": niente post, niente lettura di altri blog, nessun aggiornamento ai profili, niente chat, niente sms, niente. Solo RCU, Reali Contatti Umani. Pochi, per la verità, che per sentire opinioni non richieste e prendere insulti gratis basta scendere in strada ed entrare nella prima osteria di paese, mica serve la rete. Lavoro, malattia ed equitalia hanno fatto il resto. Attraversando città dov'ero stato, un tempo, felice mi dicevo: "Non guardare e passa". Sbirciando distrattamente le foto sui profili di amici con cui ero stato, un tempo, felice mi dicevo: "Non guardare e passa". Niente più tempo per i miei personaggi - passa - niente più tempo per le nuvole - passa - niente più spazio per l'inguaribile romantico innamorato delle ballerine. L'abitudine a sopravvivere è maturata a tal punto che quel post ha rappresentato la data esatta in cui ho abiurato senza saperlo a una parte della mia anima. Tre anni di silenzio. Poi la nostalgia, la necessità di avere un "luogo" dove lasciare delle boe per ritrovare la rotta, mi hanno fatto tornare a scrivere, saltuariamente. Senza quell'entusiasmo e quella magia dell'inizio, però. Senza quello stupore ingenuo, senza cura.

In questi anni senza cura, i soli momenti in cui hanno prevalso le ragioni della fantasia sui cazzotti dell'esperienza, e quel piccolo pezzo di anima abiurata ha trovato di nuovo la maniera per far uscire pochi abbozzi con le storie dei miei personaggi interiori, sono stati il prodotto di un tuo commento. Della fragile forza che deriva dallo sapere di essere letto, dall'aver raggiunto qualcuno. E niente, in questi giorni a causa di un hard disk bruciato mi sono costretto a fare mille back-up d'emergenza e mentre aspettavo che i file si copiassero, ho aperto il blog, e tra una foto archiviata e i business plan per un mondo migliore, ho cercato di nuovo i tuoi commenti. 

Ti chiedo scusa. Non ho mai risposto. 

Ma come facevo a spiegarti che nei giorni più neri quei commenti sono stati tra le poche luci a cui mi sono aggrappato per non esplodere? Che mi hanno permesso di trovare il coraggio quando non c'era, che mi hanno spinto a concludere progetti che pensavo impossibili, a fare telefonate che rimandavo da anni. Come facevo, senza sembrare matto e disperato? Meglio tacere sapendo che il mondo non ha bisogno di me né tu delle mie parole. Poi ho capito. 

Dieci anni dopo questo blog esiste ancora e io scrivo un lungo post per ringraziarti.
Non credo che avrò mai l'occasione di scrivere quel libro, ma ci saranno altre occasioni, altre forme, altre opportunità per lasciare un segno, magari piccolo e insignificante, ma che di sicuro ti dovrà ispirazione e gratitudine.

All the best,

e grazie.

giovedì, gennaio 26, 2017

Preludio per un ritorno

Sirio e Tabitha. Ancora una volta. 
Dopo tanto tempo sono di nuovo una di fronte all'altro. 
Una sera qualunque, più per noia lui la cerca, lei risponde. 
Si ritrovano in un locale anonimo di fronte alla cattedrale, con i menu alla carta, le cameriere inesperte e gli avventori distratti dai telefonini. Rimangono seduti ore. Si parlano come due vecchi amici, mai un accenno, un ricordo al passato comune, a quei due che un tempo, forse, si erano amati. Non per imbarazzo, né per paura. Mentre si scambiano i dettagli delle loro vite presenti, ridono senza cercare risposte a domande non dette.
Tabitha "ormai ha chiuso con gli uomini", troppo dolore, troppa infelicità ad ammorbare il benessere delle sue relazioni, presto o tardi; mentre la ascolta, Sirio la immagina rimangiarsi tutto pochi giorni dopo, prima di perdersi in una nuova avventura assieme all'ultima conquista: import export di presepi bonsai, forse operatrice culturale in mezzo ai balcani, meglio ancora creatrice di profumi di nicchia in Ardèche. E sorride dietro al tovagliolo. 
Di colpo Tabitha smette di parlare, lo fissa per qualche secondo in cerca di conferme. Ora ne è sicura. Sirio è cambiato:

- forse sono i capelli, non so... è come se... non sei più un cazzaro
- non sono mai stato un cazzaro
- però lo sembravi, adesso no 

Sirio si sposta leggermente sulla sedia, lo sguardo è velato, inclina il busto verso destra e aggrotta la fonte per mostrarsi imperturbabile, eppure quel sorriso travestito da broncio tradisce la sua soggezione e l'incredulità. Prima di poter ribattere, Tabitha gli chiede a bruciapelo se adesso finalmente le farà ascoltare la canzone che aveva scritto per lei tanti anni prima. Regina mangia alfiere, lui non ha ancora il coraggio di ammettere di non averla mai finita, scacco. Continuano a parlare. Tabitha è serena.

- certo che è proprio difficile immaginarti da sola

Pensa Sirio, ma non dice nulla. Alle due del mattino rientra in casa e si mette al pianoforte 

- è stata proprio una serata carina