Sono di nuovo nello stesso bar. Sono passati anni, ho cambiato pelle, strada, ho tradito tutto ciò che ero, mi sono reinventato un mestiere e ho perso tutta la poesia che avevo quando, da ragazzo, sognavo e mi immaginavo il futuro, ma mi ritrovo ancora là. Dietro il bancone non c’è più Max a dispensare vino e consigli di vita come solo i baristi sanno fare – Dio come ne avrei bisogno ora – ed Elisa, la cameriera per la quale ero entrato la prima volta quel pomeriggio in cui non avevo niente da fare, da tempo ha lasciato la città.
Ricordo capelli corvini raccolti da una molletta, una tinta da quattro soldi colorava ricci ribelli che incorniciavano occhi timidi di ragazza al primo giorno di lavoro, troppo attenta a non commettere errori per accorgersi dei miei sguardi di giovane musicista innamorato. Max era il barista perfetto, raro esempio di quella estinta razza di uomini dediti agli altri nel proprio lavoro, tuttologi benevoli circondati da un'aura da imperatori degli ignoranti come il miglior Celentano cinematografico; cercava di insegnare il mestiere a quelle piccole mani esibendo un atteggiamento serio e distaccato, ma anche lui, nonostante gli anni di esperienza di apprendiste e di belle donne, non riusciva a rimanere insensibile di fronte al fascino di quei grandi occhi turchesi come il mare del Quarnaro. Ricordo bene che nella loro assente malinconia mi fecero sentire di colpo piccolo e meschino, per aver anche solo pensato di poter sbirciare impunemente dentro un vuoto di cui intravedevo a malapena il limite, per aver osato fantasticare sui tatuaggi che immaginavo continuare sotto i vestiti e ricoprire il corpo di un angelo dirottato temporaneamente in un buffet di provincia. Non sarei mai stato in grado di parlarle come avrei voluto, mai sarei stato capace di scacciare i suoi incubi, o di portare un nuovo colore nella sua vita, nei giorni, nei mesi, in cui, sistematicamente entrai da Max col solo scopo di corteggiarla. Poi, in un anonimo giorno di settembre, senza preparazione, Elisa sparì come un alito di vento, lasciando dietro di sé una nuvola di acheni di tarassaco.
Da Elisa imparai che non c’è niente o nessuno che possa riempire certi vuoti, e che non c’è tortura più crudele di una vita consumata a metà. Candele accese lungo il percorso che porta all’entrata di un ricevimento di nozze. Dopo una scarica di pioggia, gli ospiti se ne vanno mentre loro restano lì da sole, spente. Eppure avrebbero ancora cera per illuminare la notte. Ecco, mi piace pensare che Elisa avesse i miei stessi propositi quando decise di andarsene per la sua strada, lasciando la nostra piccola città per tentare fortuna altrove, lontana da tutto ciò che l’aveva vista crescere, dalle persone e dai luoghi che aveva amato, da quelle stesse strade che anche a me parevano catene e prigioni insopportabili. Inaspettatamente, quel vento ebbe la forza di sollevare le mie ali bagnate e di farmi riprendere il volo.
Nero il caffè
Sul marmo gelido
Briciole di brioches
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