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mercoledì, marzo 18, 2015

Calendari e tarocchi

Sirio è solo stanotte perché ha salutato Cloe sulla porta di casa, e camminato per ore.
Il cielo vuoto della città, le strade cupe, spaccate. Le corti anguste, gli androni dai riflessi sinistri accompagnano i suoi passi. Ci ha sperato davvero questa volta, ma il suo desiderio d'affetto, più che d'amore, lo ha tradito di nuovo.
Arriva a casa poco prima dell'alba, la grande campana del duomo batte tre colpi, vecchi muri di pietra, gli alberi del cortile come osti in piedi dietro al bancone aspettano pazienti la sua richiesta d'aiuto, i rami più alti catturano la prima luce piena del mattino.
Siede al bordo del letto, incerto. Si sente rifiutato, ferito, ma ha imparato ad accogliere il dolore e a esercitare il distacco. Passerà il tempo e vincerà su tutto, pensa. Solo gli è molto difficile lasciarla andare, ma ce la farà. Questa volta ha giocato pulito, a carte scoperte, si è messo completamente a nudo, e più che il rifiuto brucia l'indifferenza.
La stanza vuota amplifica i suoi pensieri, i dettagli vengono meglio risolti, è una stanza piccola, uno specchio enorme sulla porta del bagno e una finestra dalla simmetria imperfetta.
Il matto, l'appeso e il fante di cuori.


martedì, marzo 17, 2015

Hands of time

"...A volte le navi naufragano in mare, ma molto più spesso navi e uomini naufragano in terra"

Sirio tornò a casa, insicuro e in preda ai vecchi fantasmi di un passato che non riusciva a lasciarsi alle spalle. Il grande incontro è domani.
L’acqua calda gli scottò la pelle quando si infilò sotto la doccia, lasciandola scorrere sul viso, a bruciargli le palpebre mentre sopportava il dolore con le mascelle tese e i muscoli contratti, nel calore umido che l’asfissiava, reprimendo la voglia di gridare, di ululare la sua solitudine.
Prima di coricarsi alla luce di una piccola lampada iniziò a scrivere sul suo laptop, le dita scorrevano con veemenza da un tasto all’altro, la sua storia fluiva rapida sullo schermo dandogli modo, forse per la prima volta, di ammirare tutta la faccenda da fuori, di rivivere sotto l'occhio della mente l’istante fuggevole; così vide Tabita e il suo fantasma che vagava nella solitudine di quella mente, vide Marilou, e la sua voglia di vita, Kay e il suo lavoro privo di compromessi, vide la grande balena bianca e la sua sicurezza, vide se stesso, saltimbanco per il miglior offerente. 
Sorrideva ancora, disperato e amaro quando si addormentò.

sabato, dicembre 12, 2009

A sunday kind of Love

Quando crei qualcosa di troppo bello il guaio è il poi, convivere con la creazione, perché tutto, una volta accostatogli, appare opaco, futile, non finito. Una memoria erborinata può aiutare, più va avanti il tempo, viaggio dopo miraggio, il peso della creazione si fa leggero… e dopo ogni nuova fermentazione il ricordo è più dolce.

Tabitha ha i capelli scuri stavolta, ha detto che si vede con un ragazzo, che va tutto bene, anche se lui non la lascia parlare. In questo frammento di memoria è passato più di un anno, Sirio si sente più forte, di nuovo in pista, attraversa il mattino sicuro, ferma le macchine con la mano, con l'effimera sensazione di essere padrone della propria vita.

... ha imparato ad ignorarmi, lo vedo da come si allontana quando mi intravede - cavolo se è ingrassato - faccio finta di non averlo visto girare l'angolo, sorrido…

Si abbracciano scontrandosi come due fiumi in piena che non fanno rumore, poi un lungo sguardo occhi negli occhi alla ricerca di cos'è cambiato e di cos'è rimasto. Intorno a loro solo la nebbia, bassa, e freddo e umidità.

… è meravigliosa come al solito, forse più decisa, penso, vedendola avvicinarsi lenta, fissandomi mentre mi sorride davvero sorpresa di vedermi…

Provano a parlarsi, ma è passato troppo tempo per trovare subito le parole giuste, troppa distanza per raccontarsi cosa provano. Sono due estranei con un passato condiviso e nascosto da qualche parte dietro la frenesia e le ombre. Come da copione è Tabitha a rompere il silenzio ma qualcosa, dietro alle sue parole, suona triste, stonato, poco adatto al suo sorriso, alla gioia dei suoi movimenti. Sirio se ne accorge subito, ma non dice nulla, infrangere la distanza tra di loro vorrebbe dire riaccendere un incendio domato, abbandonarsi a un vortice doloroso e senza speranza. Tornare a giocare la partita infinita delle loro anime trasparenti e fragili, tenute al guinzaglio e manovrate dalle rispettive paure… no, non questa volta, il futuro non è scritto, lo possiamo cambiare, Sirio ne è convinto.

martedì, marzo 18, 2008

Una storia

c'è solo un po' d'amore, che mi è rimasto qui...

Ieri notte tornavo a casa stanco, l'umidità degli ultimi giorni ha ceduto il passo e le ombre si sono riprese la loro città. Piove.
Attendevo paziente dentro l'autobus, quando la testa ha iniziato a pulsare: prima un battito regolare, incessante, poi d'improvviso uno sfregio rosso in campo verde, un amo conficcato nella materia grigia che ne rompe la quiete e ne perturba i campi magnetici, un avviso del dolore che si insinuava ancora, l'annuncio disperato di una storia che reclamava a gran voce di non essere dimenticata... così sono corso a casa fino a scaricare sulla tastiera ogni sillaba, ogni lettera di questa storia senza tempo e senza nome, una storia di distanze e simmetrie, di sottili leggi sottese ed invisibili, di due anime che si rincorrono, o meglio che percorrono nello stesso momento una parte del loro sentiero...

"Y e X. Sirio vive nella città delle ombre, Tabita abita la frenesia. Si incontrarono stranieri al cospetto della Luce, e per diverso tempo sarebbero rimasti tali, troppo diversi, sebbene così simili. Sirio è incerto di se stesso, ma non lo dà a vedere, agli occhi del mondo viaggia senza freno verso il successo ed il futuro, solo di tanto in tanto qualche anima sensibile o qualche attento osservatore, inquadra la profonda solitudine dei suoi occhi; Tabita invece è confusa, e non fa nulla per nasconderlo, quello che nasconde, sotto chilometri di risate e litri di sudore è una velata tristezza che la assale ogni volta che si ferma a pensare.
La prima volta è
Sirio a notarla, certi occhi, non passano inosservati, ma è distratto, incompleto, non riconosce la simmetria dei loro sguardi, e forse è ancora troppo presto. Un anno dopo è Tabita ad accorgersi di lui, e questa volta è tutto perfetto, luoghi, tempi ed intuizioni: leggere l'altro per chiarire se stessi. Sirio e Tabita iniziano a capirsi, a completarsi. Salpano insieme verso la Luce, per la prima volta la loro esistenza appare piena di senso, si sostengono l'un l'altro, superando i rispettivi fantasmi passati, lui nella disperata dimostrazione della propria intuizione, lei concentrata sulla propria visione del mondo, che non era quella di Sirio, ma che purtroppo si nutriva della stesa desolazione. Così, durante il viaggio, distanza e desolazione iniziarono a separarli, permettendo alle ombre e a frenesia di riprendersi il loro spazio nelle vite dei viaggiatori. Nessuno dei due ebbe abbastanza forza e volontà per poter interrompere la partita invisibile giocata da distanza.
Sirio iniziò a dubitare, Tabita semplicemente sparì inghiottita dal vortice di frenesia.
Passò un altro anno, o poco meno, e ancora la magia si ripeté, e così molte altre volte, sempre uguale a se stessa fino a quando
Sirio smise di cercare la Luce, e Tabita; lentamente, od ogni nuovo incontro, dentro di lui prendeva forma la paura. Paura di ritornare alla solitudine in agguato dietro le parole prima e dopo - troppe parole tristi nelle canzoni - paura di non poter più sopportare le emozioni provocate dal gioco di distanza, paura e vergogna di se stesso, perché era sicuro che tra i due punti determinati dal caso e dal tempo, lei l'aveva amato, senza dubbio. L'aveva fatto nella sua maniera risoluta e vitale, egoista, con quella traccia di tristezza inconsapevole nelle pause. Con i modi appresi da frenesia, ma sì, l'aveva certamente amato. E lui pure aveva amato lei.
Non se lo erano mai detto, tanto grande era la voragine dentro di loro che non sono mai stati in grado di rischiare, e ogni incontro non ha mai aggiunto nulla alla magia di quella prima volta."


Siedo davanti alla finestra, guardo le stelle e il riflesso distante del faro che profila la ferriera - allegorie di certezze che diverranno tali solo molto tempo dopo - e mi chiedo: saremo ancora in tempo?

Canzone
Fammi vedere tu - Roberto Vecchioni, da Blùmun