Sirio si avviò a piedi lungo via del monastero un po' prima dell'alba. Si sentiva insicuro ma allo stesso tempo intenerito, come se fosse nelle mani di un mirabile destino. Si trovò davanti al belvedere sul fiume, impassibile e vagamente ingrossato dalle ultime piogge. Scese gli angusti gradini di pietra fino alla riva. C'era un vecchio tronco arenato sui ciottoli, con una grande cavità scavata dall'acqua e dal tempo, dove le anatre andavano a nascondersi nei giorni di pioggia. Come se avesse lo stesso istinto selvatico degli uccelli di distinguere ogni minimo rumore, gli sembrò di riconoscere un rintocco di campana dentro lo stomaco.
Era già chiaro, la luce pura ed evanescente prima che nasca il giorno, il sole velato dietro le colline. Nell'acqua, trascinate dalla corrente, sole o a gruppetti, nuotavano le anatre e un magnifico cigno. Non avevano l'aria di poter essere turbate dalla presenza di Sirio.
Pensò a tutto l'amore che aveva riempito i suoi giorni e al fatto che si era innamorato profondamente e, sempre senza saperlo, non si era reso conto di come fosse diventata banale e vuota la sua vita da quando si era abituato a sopravvivere. Semplicemente se ne era dimenticato. Dopo l'ultimo, inaspettato, incontro sapeva soltanto che in compagnia di Tabita era felice, più felice di quanto fosse mai stato. Di quella ragazza affettuosa, con i suoi grandi occhi indulgenti, il suo profumo e la risata contagiosa, perfettamente sintonizzata su di lui.
Con pochi battiti d'ala rapidamente le anatre si alzarono in volo.
Non capiva cosa gli fosse preso, e scoppiò in lacrime.
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